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IL POPOLO CHIEDE DI ANNULLARE LA PARATA DEL 2 GIUGNO E DEVOLVERE I SOLDI ALLE VITTIME DEL TERREMOTO, NAPOLITANO LA CONFERMA.

maggio 29, 2012

 Mentre i cittadini, sul web e sugli altri mezzi di comunicazione, chiedono a gran voce di annullare la parata del 2 Giugno e devolvere i 10 milioni previsti per la festa ai terremotati dell’Emilia, Napolitano risponde ufficialmente che invece verrà celebrata comunque per ribadire la democrazia in questo Paese e sarà dedicata alle vittime del terremoto.

Napolitano non ascolta il popolo italiano. Napolitano deve sapere che con una semplice dedica gli emiliani ci si puliscono il culo. Ai terremotati servono soldi, puliti e subito, per le sistemazioni momentanee e per la ricostruzione immediata degli edifici danneggiati.

Napolitano deve capire che alla sua “democrazia” crede sempre meno gente.

Tagliare i fondi alle vittime dei terremoti, come hanno fatto pochi giorni fa, è un insulto al popolo italiano, specialmente dopo lo schifo che hanno fatto i signori della cricca dopo il devastante terremoto dell’Aquila, umiliata, dimenticata, derisa ed offesa dagli sporchi mafiosi palazzinari del governo Berlusconi.

Non osassero ridere anche di questo terremoto.

Non osassero speculare come con L’Aquila.

Non osassero offendere ed umiliare ancora una volta gli indifesi, vittime della terra e del malaffare di Stato.

Napolitano devi vergognarti, la tua democrazia è finta e vecchia come te.

Insieme a Monti stai affamando l’Italia, fai un passo indietro e devolvi quei soldi e molti altri a tutti i terremotati, compresi quelli che sono 20 anni che stanno aspettando ciò che gli spetta.

GRECIA. Dalla rovina imposta dalla BCE al ricatto finale: la socialistizzazione dello Sato è l’unica salvezza.

maggio 24, 2012

 La cara vecchia Europa comincia a prepararsi al peggio (dal proprio punto di vista), data la molto probabile uscita della Grecia dalla moneta unica. È notizia di pochi giorni che i tecnici dell’Eurogruppo, che preparano le riunioni dei ministri delle finanze europee, hanno annunciato che tutti i paesi membri dovranno organizzare dei piani di emergenza in vista di un ritorno alla dracma dei greci.

Su questa probabilità si stanno scatenando le più svariate e nefaste profezie circa le conseguenze. L’abbandono dell’euro e il ritorno alla dracma, una moneta verosimilmente destinata a subire, nelle ore seguenti, una colossale svalutazione. I greci, se non  esporteranno per tempo il loro denaro, saranno vittime di una ingente confisca. Inoltre si configura un’insolvenza verso gli impegni contrattuali sottoscritti dalle autorità e dalle imprese nell’ambito dell’eurozona dove ovviamente continuerà a circolare la moneta unica. Sempre secondo queste previsioni, si assisterà ad un innalzamento dell’inflazione e del tasso d’interesse, accompagnato dalla diminuzione del potere d’acquisto dei consumatori, crescita dei costi per le imprese per effettuare degli investimenti e risulterebbe quasi impossibile per le famiglie ottenere finanziamenti dalle banche. Un’aumento dei tassi d’interesse porterebbe al rialzo dei rendimenti dei titoli pubblici e all’aumento del debito pubblico.

Ci sarebbe solo un’unico vantaggio: il ritorno alla dracma potrebbe favorire le esportazioni; la Grecia però non ha mai avuto una capacità industriale tale da sfruttare in pieno la svalutazione entrando di conseguenza in forte concorrenza con gli altri paesi per via del cambio favorevole in uscita.

Le Germania continua a minacciare incomprensibile fermezza nei confronti degli ellenici tanto che dalla Banca Federale tedesca è uscita la considerazione che la dismissione greca dall’euro avrebbe conseguenze gestibili per gli altri paesi membri. ”La Grecia minaccia di non adottare le riforme e il consolidamento dei conti pubblici, dovra’ sopportarne le conseguenze. L’effetto sull’economia dell’eurozona e su quella della Germania potrebbe essere significativo, ma controllabile” afferma testualmente la Bundesbank. Certo, si indebolirebbe ulteriormente la posizione dell’intera penisola iberica ma senza imminente rischio sia per gli spagnoli che per i portoghesi. La Francia invece, dopo il cambio di guardia all’Eliseo, si mostra più amichevole nei confronti di Atene e ne auspica la permanenza.

In tutto questo sarebbe da tener conto dell’opinione dei protagonisti, cominciando dal popolo, che fino a prova contraria è ancora sovrano, avendolo dimostrato ampiamente nelle ultime elezioni, sfiduciando la classe politica succube dei ricatti della Merkel, per nulla in grado per giunta di far fronte alle necessità della popolazione. L’l’80% dei greci si è detto, nonostante tutto, favorevole alla permanenza del paese nell’eurozona (sondaggio condotto da KapaResearchs), ma politicamente ha dato un bel calcio a Nuova democrazia e al Pasok, colpevoli della troppa accondiscendenza ai diktat dell’eurozona e dell’aver sottoscritto il Memorandum, quell’insieme di misure di rigore e austerity adottate dal primo ministro Papademos e imposte dalla Troika.

Già ampiamente abbiamo trattato della situazione economica e dei tragici effetti sulla popolazione, con circa 20.000 suicidi negli ultimi anni, criminalità in fortissimo aumento, pensioni e stipendi dimezzati e azzeramento dello stato sociale.

Le ultime elezioni hanno regalato l’ingovernabilità, con il fallimento dei tre maggiori partiti nei tentativi di formare un’alleanza di governo, con il crollo dei partiti storici e la repentina ascesa di Syriza (sinistra radicale), che è diventata la seconda compagine politica del paese e che molto probabilmente diventerà il primo partito al ritorno alle urne a giugno, secondo i vari sondaggi che si ripetono in questi giorni.

Alexis Tsipras, giovane leader di Syriza, giura che vuole restare nell’eurozona chiedendo contemporaneamente di ridiscutere il Memorandum. Impresa ardua se consideriamo che finché la Germania farà la voce grossa non restano vie d’uscita.

Sintetizzato, ecco il programma di Syriza. Pubblichiamo di seguito i punti programmatici di Syriza.                       

1. Realizzare un audit del debito pubblico. Rinegoziare gli interessi e sospendere i pagamenti fino a quando l’economia si sarà     ripresa e tornino la crescita e l’occupazione.
2. Esigere dalla Ue un cambiamento nel ruolo della Bce perché finanzi direttamente gli Stati e i programmi di investimento pubblico.
3. Alzare l’imposta sul reddito al 75% per tutti i redditi al di sopra di mezzo milione di euro l’anno.
4. Cambiare la legge elettorale perché la rappresentanza parlamentare sia veramente proporzionale.
5. Aumento delle imposte sulle società per le grandi imprese, almeno fino alla media europea.
6. Adottare una tassa sulle transazioni finanziarie e anche una tassa speciale per i beni di lusso.
7. Proibire i derivati finanziari speculativi quali Swap e Cds.
8. Abolire i privilegi fiscali di cui beneficiano la Chiesa e gli armatori navali.
9. Combattere il segreto bancario e la fuga di capitali all’estero.
10. Tagliare drasticamente la spesa militare.
11. Alzare il salario minimo al livello che aveva prima dei tagli (751 euro lordi al mese).
12. Utilizzare edifici del governo, delle banche e della chiesa per ospitare i senzatetto.
13. Aprire mense nelle scuole pubbliche per offrire gratuitamente la colazione e il pranzo ai bambini.
14. Fornire gratuitamente la sanità pubblica a disoccupati, senza tetto o a chi è senza reddito adeguato.
15. Sovvenzioni fino al 30% del loro reddito per le famiglie che non possono sostenere i mutui.
16. Aumentare i sussidi per i disoccupati. Aumentare la protezione sociale per le famiglie monoparentali, anziani, disabili e famiglie senza reddito.
17. Sgravi fiscali per i beni di prima necessità.
18. Nazionalizzazione delle banche.
19. Nazionalizzare le imprese ex-pubbliche in settori strategici per la crescita del paese (ferrovie, aeroporti, poste, acqua …).
20. Scommettere sulle energie rinnovabili e la tutela ambientale.
21. Parità salariale tra uomini e donne.
22. Limitare il susseguirsi di contratti precari e spingere per contratti a tempo indeterminato.
23. Estendere la protezione del lavoro e dei salari per i lavoratori a tempo parziale.
24. Recuperare i contratti collettivi.
25. Aumentare le ispezioni del lavoro e i requisiti per le imprese che accedano a gare pubbliche.
26. Riformare la costituzione per garantire la separazione tra Chiesa e Stato e la protezione del diritto alla istruzione, alla sanità e all’ambiente.
27. Sottoporre a referendum vincolanti i trattati e altri accordi rilevanti europei.
28. Abolizione di tutti i privilegi dei deputati. Rimuovere la speciale protezione giuridica dei ministri e permettere ai tribunali di perseguire i membri del governo.
29. Smilitarizzare la guardia costiera e sciogliere le forze speciali anti-sommossa. Proibire la presenza di poliziotti con il volto coperti o con armi da fuoco nelle manifestazioni. Cambiare i corsi per poliziotti in modo da mettere in primo piano i temi sociali come l’immigrazione, le droghe o l’inclusione sociale.
30. Garantire i diritti umani nei centri di detenzione per migranti.
31. Facilitare la ricomposizione familiare dei migranti. Permettere che essi, inclusi gli irregolari, abbiano pieno accesso alla sanità e all’educazione.
32. Depenalizzare il consumo di droghe, combattendo solo il traffico. Aumentare i fondi per i centri di disintossicazione.
33. Regolare il diritto all’obiezione di coscienza nel servizio di leva.
34. Aumentare i fondi della sanità pubblica fino ai livelli del resto della Ue (la media europea è del 6% del Pil e la Grecia spende solo il 3).
35. Eliminare i ticket a carico dei cittadini nel servizio sanitario.
36. Nazionalizzare gli ospedali privati. Eliminare ogni partecipazione privata nel sistema pubblico sanitario.
37. Ritiro delle truppe greche dall’Afghanistan e dai Balcani: nessun soldato fuori dalle frontiere della Grecia.
38. Abolire gli accordi di cooperazione militare con Israele. Appoggiare la creazione di uno Stato palestinese nelle frontiere del 1967.
39. Negoziare un accordo stabile con la Turchia.
40. Chiudere tutte le basi straniere in Grecia e uscire dalla Nato.

Parrebbe un buon programma, se attuato interamente diventerebbe un modello da seguire. Ma qui nasce il dubbio. Si può fare tutto questo restando nell’euro? Si può applicare un programma così “di sinistra radicale” e conciliarlo con un anche ridiscusso Memorandum che comunque stritola l’economia greca ed affama il popolo?

Non serve essere degli esperti per capire che la risposta è negativa. L’unica soluzione è tagliare i ponti con l’eurozona ma non restando incastonati nel fallimentare sistema eurocapitalista. Solo con la socialistizzazione reale dello Sato greco si può, non senza difficoltà iniziali, ma con un risultati più umani e soddisfacenti per il popolo nel medio e lungo termine.

Senza un’autocancellazione del debito imposto dalla BCE e dagli speculatori non sarà mai possibile riorganizzare l’economia greca, ridare fiducia alla popolazione e nel tempo ricreare un tessuto sociale più coeso. Il programma di Syriza richiede degli investimenti elevati e l’enorme debito incombente sulle teste dei greci non ne permette l’attuazione. La nazionalizzazione delle banche, degli ospedali e delle imprese strategiche per lo Stato richiede forti spese, se lo si intende in chiave di “legale”, cioè in chiave di regolare acquisto, come è avvenuto negli ultimi anni in Venezuela con il presidente Hugo Chavez che ha cominciato con il Banco de Venezuela ottenendo ottimi risultati di rientro economico in soli due anni.

L’alternativa reale e più diretta sarebbe l’esproprio di quelle realtà private in nome del bene del popolo, avviando così una irreversibile socialistizzazione dello Stato, abbandonando il sistema liberista capitalista ed introducendo un modello economico  più attento alle esigenze dei lavoratori del paese intero.

Gli unici a proporre questa prospettiva sono i compagni del Partito comunista greco di Aleka Papariga, il KKE, che hanno rifiutato qualsiasi accordo al ribasso e si sono espressi in tal senso.

Ecco uno stralcio della Dichiarazione del Comitato centrale del KKE sul risultato delle elezioni del 6 maggio 2012.  

(Pubblicato interamente sul sito del Partito Comunista-Sinistra Popolare, www.comunistisinistrapopolare.com)

6. Il Comitato Centrale invita i militanti del Partito, la KNE, gli amici e sostenitori del Partito, le persone che lavorano a fianco del Partito, che orgogliosamente hanno partecipato alle lotte e nella campagna elettorale, di porsi accanto ai lavoratori e difendere i propri diritti e la giusta causa in modo coerente. Il ruolo e le responsabilità del Partito aumentano. Il KKE è la forza insostituibile e decisiva per il movimento popolare che lotterà e contrattaccherà nella prospettiva della conquista del potere e dell’economia operaia e popolare, per il disimpegno dalla UE, la cancellazione unilaterale del debito, la socializzazione dei mezzi di produzione, l’instaurazione delle cooperative produttive del popolo, la pianificazione a livello nazionale per l’utilizzo del potenziale di sviluppo del paese con il controllo operaio e popolare dal basso verso l’alto.
 
7. Il Comitato Centrale valuta che il risultato elettorale si è formato in condizioni di rabbia generale del popolo e indignazione, in condizioni di acuta, prolungata crisi economica del capitalismo e mentre l’Unione europea, con l’accordo del PASOK e di ND, ha scelto la via classica e tipica in favore del capitale e dei monopoli: bancarotta incontrollata per i lavoratori e gli strati popolari e bancarotta controllata per il capitale. I memorandum e gli accordi sul prestito includono misure che poggiano sul Trattato di Maastricht, la cui attuazione è progressivamente avvenuta in tutti gli stati membri dell’UE. Poggiano altresì su decisioni successive fino al Trattato Europeo 2020. Per questo motivo, il KKE ha rivelato il carattere falso della separazione tra partiti europeisti, in pro e anti-memorandum.

Solo comprese di posizioni così intransigenti  si possono imporre contratti collettivi, permettere ridare respiro ai cittadini e ai lavoratori, essendo la Sato stesso a gestire la distribuzione dei fondi in base alle necessità del popolo e non assecondando gli interessi delle multinazionali e delle classi padronali della grande industria locale.

Uscire dai diktat europei e del FMI garantirebbe piena libertà di scelta del governo greco, garantirebbe l’autorità esclusiva dello Stato in materia di monetizzazione, farebbe rientrare una voce di spesa importante per le casse statali uscendo dalla Nato e riportando a casa soldati dalle missioni estere. Garantirebbe in sostanza la possibilità per i greci di riappropriarsi del proprio destino e tornare protagonisti del proprio futuro, decidendo autonomamente i passi verso il risanamento dei conti, il lavoro, lo stato sociale garantito per tutti e accordi economici sostenibili con altre realtà in pieno sviluppo o invise agli imperialisti.

Qualsiasi sia la strada, la scelta deve rimanere comunque un’esclusiva del popolo greco.

Massimo D’Alema plaude Gianni De Gennaro sottosegretario con delega ai servizi segreti: Entrambi sono una vergogna per questa nazione.

maggio 13, 2012

Particolare della scuola Diaz di Genova dopo il passaggio delle forze dell’ordine, picchiatori fascisti al soldo di De Gennaro.

Il premier Mario Monti ha nominato Gianni De Gennaro sottosegretario con delega ai servizi segreti. L’ex capo della polizia entra dunque per la prima volta al Governo con il compito  di razionalizzare e rendere più efficienti i servizi segreti.

Dunque il (non eletto da nessuno) primo ministro Monti sceglie un personaggio oscuro della Repubblica italiana, che si è macchiato di uno dei crimini più violenti della storia moderna dell’Europa occidentale. Amnesty International definì i giorni del G8 di Genova, i giorni dell’assalto alla scuola Diaz dove aveva sede il Genoa Social Forum , “la più grossa violazione dei diritti democratici in un paese occidentale”.

Gianni De Gennaro restò impunito per la strage che ordinata, infatti nel novembre del 2011, la Cassazione lo assolse perché “i fatti non sussistono” e con lui la fece franca anche l’ex capo della Digos di Genova, Spartaco Mortola, che si salvò dall’accusa di istigazione alla falsa testimonianza in uno dei filoni processuali del G8 di Genova.

Un breve riassunto dei fatti:

La scuola Diaz e l’adiacente scuola Pascoli,nel quartiere di Albaro,  in origine erano state concesse dal comune di Genova al Genoa Social Forum come sede del loro media center e, in seguito alla pioggia insistente che aveva costretto a evacuare alcuni campeggi, anche come dormitorio. Secondo le testimonianze dei manifestanti la zona era divenuta un punto di ritrovo di molti manifestanti, soprattutto tra chi non conosceva la città, venendo frequentata durante le tre giornate anche da coloro che non erano autorizzati a dormire nell’edificio e, sempre secondo quanto riferito dai manifestanti e dal personale delle associazioni che avevano sede nella Pascoli, non vi erano particolari situazioni di tensione nei due edifici.

La falsa segnalazione di un attacco a una pattuglia di poliziotti portò alla decisione da parte delle forze dell’ordine di effettuare una perquisizione presso la scuola Diaz e, ufficialmente per errore, alla vicina scuola Pascoli dove stavano dormendo 93 persone tra ragazzi e giornalisti in gran parte stranieri, la maggior parte dei quali accreditati; il verbale della polizia parlò di una “perquisizione” poiché si sospettava la presenza di simpatizzanti del Black block ma, a distanza di anni, resta tuttora senza motivazione ufficiale l’uso della tenuta antisommossa per effettuare una perquisizione. 

Tutti gli occupanti furono arrestati e la maggior parte selvaggiamente picchiata, sebbene non avessero opposto alcuna resistenza; i giornalisti accorsi alla scuola Diaz videro decine di persone portate fuori in barella, uno dei quali rimase in coma per due giorni, ma la portavoce della Questura dichiarò in conferenza stampa che 63 di essi avevano pregresse ferite e contusioni e mostrò il materiale sequestrato ma senza dare risposte agli interrogativi della stampa. Le immagini delle riprese mostrarono muri, pavimenti e termosifoni macchiati di sangue, a nessuno degli arrestati venne comunicato di essere in arresto e dell’eventuale reato contestato, tanto che molti di loro scoprirono solo in ospedale, a volte attraverso i giornali, di essere stati arrestati per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione ed al saccheggio, resistenza aggravata e porto d’armi.

Dei 63 feriti tre ebbero la prognosi riservata: la ventottenne studentessa tedesca di archeologia Melanie Jonasch, la quale subì un trauma cranico cerebrale con frattura della rocca petrosa sinistra, ematomi cranici vari, contusioni multiple al dorso, spalla ed arto superiore destro, frattura della mastoide sinistra, ematomi alla schiena ed alle natiche; il tedesco Karl Wolfgang Baro, trauma cranico con emorragia venosa, ed il giornalista inglese Mark Covell, mano sinistra e 8 costole fratturate, perforazione del polmone, trauma emitorace, spalla ed omero, oltre alla perdita di 16 denti, ed il cui pestaggio, avvenuto a metà strada tra le due scuole, venne ripreso in un video. La versione ufficiale del reparto mobile di Genova fu che l’assalto sarebbe stato motivato da una sassaiola proveniente dalla scuola verso una pattuglia delle forze dell’ordine che transitava in strada alle ore 21.30 circa, anche se in alcune relazioni l’orario fu indicato nelle 22.30, dunque un pretesto inventato di sana pianta a posteriori.

Le forze dell’ordine quindi,  non furono in grado di fornire indicazioni precise sui mezzi coinvolti, né su chi li guidava e le testimonianze sulla presenza di centinaia di simpatizzanti dei black bloc non venne confermata da altre fonti; successivamente il vicequestore Massimiliano Di Bernardini, in servizio alla Mobile di Roma ed in quei giorni aggregato a Genova, ammise di non aver assistito direttamente al lancio di oggetti e di avere “visto volare una bottiglia di birra sopra una delle quattro auto della polizia e una persona che si aggrappava allo specchio retrovisore”, ma di aver riportato quanto riferitogli da altri. 

Successivamente tre agenti sostennero che un grosso sasso aveva sfondato un vetro blindato del loro furgone, un singolo mezzo, rispetto ai quattro dichiarati in un primo tempo, e che il mezzo venne poi portato in un’officina della polizia per le riparazioni; tale episodio tuttavia non risultò dai verbali dei superiori, stilati dopo l’irruzione, che invece riportano di una fitta sassaiola, né fu possibile identificare il mezzo che sarebbe stato coinvolto.

Tutto ciò confermò un’amara verità: le forze dell’ordine, rette all’epoca da Gianni De Gennaro, perpetrarono nei confronti di persone innocenti, ripetute azioni brutali mosse solo da odio ideologico. Lo Stato complice, corrotto e assassino, con il benestare di una magistratura da rifondare da capo, troppo privilegiata e corrotta anch’essa, riuscì ad assolvere un puro criminale ed i suoi beceri scagnozzi in divisa, negando loro la giusta punizione a cui sarebbero dovuti andare incontro. Avremmo voluto tutti vedere volentieri quelle bestie patire ciò che inflissero senza pietà ai manifestanti, di ogni età, uomini e donne indistintamente, disarmati ed indifesi. Invece avvenne il contrario, tutti liberi, tutti assolti e buona parte di loro promossi ad incarichi prestigiosi.

Tra cui l’ultima porcata del presidente illegittimo Monti, con la nomina di un personaggio oscuro come De Gennaro.

Il fattore più deprimente tuttavia è l’involuzione cerebrale di coloro che, nei giorni dei fatti incriminati, provarono rabbia e sdegno, gridarono al regime, invocarono giustuizia ed ora invece sono dalla stessa parte di quei criminali.

La triade: De Gennaro, Monti e D’Alema, la versione adulta dei tre porcellini.

Il fantastico Massimo D’Alema, (fantastico è usato con malcelata ironia ed affabile disprezzo, ndr) ex PCI, ex PDS, ex DS, ma mai nella vita ex ricco, attuale esponente di rilievo del PD nonché presidente del Copasir, si esprime così sulla vicenda: «La scelta di De Gennaro è una scelta di grandissima competenza, apprezzo che sia entrato nel governo», ed auspica che «esse consentano la prosecuzione di quella collaborazione che ha caratterizzato in questa legislatura i rapporti tra Parlamento e governo nella delicata materia della sicurezza nazionale e dell’intelligence».

Ma dove siamo finiti? All’epoca tutto il centrosinistra gridò allo scandalo, ed ora eccoli lì, viscidi leccaculi in fila per  complimentarsi con un personaggio del genere. Inutile chiedersi dove sia la loro dignità, non avendone mai avuta una, non capisco perché dovrebbero preoccuparsene adesso.

Vorrei vedere, un giorno un troppo lontano, un giornalista avere il fegato di fargli una domanda sulla questione, ma dove lo troviamo un giornalista in Italia che non sia servo del padrone del momento, che abbia la capacità e il coraggio di fare il suo mestiere, l’ardire di fare una domanda intelligente ?

Vorrei vederli in faccia, quegli pseudo compagni che si dichiarano di sinistra ma che in realtà ambiscono a ricostruire la Democrazia Cristiana, e chiedergli come la pensano su queste dichiarazioni. La ricordo bene la loro indignazione d’un tempo, che era anche la mia, la voglia di esserci, di resistere, di avere giustizia.

La furia sanguinaria della polizia non risparmiò davvero nessuno.

Per me e per i veri compagni è rimasta se non addirittura cresciuta negli anni, per noi che siamo ancora privi di risposte e con quegli impuniti al loro posto che ci creano rabbia ed esasperazione.

E voi? Giovani democratici senza storia e senza idee? Voi che fate? Vi spartite le prime poltroncine e ve le coccolate? Più che giusto, visto che la prima poltroncina non si scorda mai, ma così vi siete venduti, vi siete dimenticati di tutto, chiudete gli occhi davanti a questo schifo perché sapete che un giorno ne troverete convenienza, ci guadagnerete anche voi, e ci propinerete lo stesso schifo che quella gentaglia propina a noi da fin troppo tempo. Farete a gara per sentirvi dalemiani, veltroniani e rottamatori ma non sarete mai popolo, dignità ed onestà.

Elogiate chi dimentica la storia e la decenza, siete i portavoce di gente immersa nei propri privilegi, i lacché di una politica antica e corrotta e la peggiore prospettiva che questo Paese possa avere in futuro.

Cari D’Alema, De Gennaro, svenduti della politica, corrotti vari, giovani democratici e futuri privilegiati, speriamo vivamente che un giorno l’Italia possa fare a meno di voi.

Grecia: Default europeo o salvezza del suo popolo? La risposta non spetta alla Merkel.

maggio 12, 2012

 Nonostante il popolo greco si sia espresso inesorabile contro la tirannia della BCE e della sempre più isolata cancelliera tedesca, Angela Merkel, quest’ultima non perde occasione per minacciare una nazione che ha deciso che il proprio futuro debba essere nelle proprie mani e non in quelle di un’organizzazione sanguinaria ed affama popoli. Le elezioni greche della settimana scorsa hanno parlato chiaro, le urne hanno assegnato la vittoria di Pirro ai conservatori di Nuova Democrazia, guidati da Antonis Samaras, ma che hanno ottenuto solo il 18,9% dei consensi e 108 seggi su 300. I socialisti del Pasok di Evangelos Venizelos, che nell’ottobre 2009 avevano ottenuto il 44% dei consensi, sono crollati a un misero 13,2%, scendendo a 41 seggi e sono stati scavalcati da Syriza, la formazione della sinistra radicale con a capo il giovane Alexis Tsipras, contraria alle politiche di austerità imposte dal Memorandum, che ha ottenuto il 16,8% e 52 seggi. Dietro si sono attestati con il 10,6% i conservatori di Grecia Indipendenti, con 33 seggi, gruppo di fuoriusciti da Nuova Democrazia, che nel febbraio scorso si era rifiutato di votare per l’ennesimo pacchetto di austerity imposto da Bruxelles e per questo era stato espulso dal partito. Rappresentano oltre la metà dei consensi raggiunti da Nuova Democrazia, e confermano che in Grecia avanzano tutti coloro che hanno criticato apertamente la politica di gestione degli ultimi due anni ad Atene e in Europa.

Raggiungono un ottimo risultato anche i comunisti del KKE, da sempre apertamente contrari ai diktat europei, che con il loro 8,5% arrivano a 26 seggi. Preoccupante e sorprendente è l’ingresso in parlamento dei neonazisti di Alba Dorata, che prendono il 7% e 21 seggi.

I tre segretari dei partiti maggiori, Nuova Democrazia, Syriza e i socialisti del Pasok, hanno tentato invano tramite consultazioni di formare un governo che potesse guidare la Grecia, prospettando al popolo una nuova tornata elettorale che spaventa l’Europa e la onnipresente Merkel, che sfrutta la crisi dei paesi dell’eurozona ad esclusivo vantaggio della Germania.

Infatti tutte le reazioni maggiori al voto popolare greco arrivano dalla Germania più che da qualsiasi altro paese europeo:

Per Berlino l’obiettivo è tenere la Grecia nell’euro. Il portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert, in conferenza stampa a Berlino, ha precisato che l’obiettivo di Berlino resta la stabilizzazione di Atene nell’euro. Ma il governo tedesco, ha aggiunto Seibert, resta a quanto concordato fra la Troika e la Grecia:
Berlino “non vede ragione per mettere in discussione” l’efficacia dei programmi stabiliti, ha ribadito il portavoce rispondendo alla domanda di un giornalista greco sulla disponibilità di Berlino per una correzione dei pacchetti di aiuti messi a punto per il salvataggio di Atene.
Più meschino è il commento di Schaeuble, ministro delle Finanze tedesco: “Noi vogliamo che la Grecia resti nella zona euro. Ma lo deve volere anche Atene e rispettare i suoi impegni. Non possiamo forzare nessuno. L’Europa non affonda così facilmente”.
Di tutt’altra opinione circa la possibile uscita della Grecia dall’Euro è l’agenzia di rating Fitch, secondo cui le implicazioni saranno “altamente incerte”. In caso di uscita della Grecia, Fitch correggerà in negativo il rating dei restanti paesi dell’area. L’agenzia considera probabili nuove elezioni in Grecia in giugno. Da registrare anche un commento a Bloomberg di Per Jansson, vice-governatore della Riksbank, la banca centrale svedese: “Sarei molto attento a ipotizzare che si tratti di un processo indolore senza conseguenze”.
Il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, ai parlamentari: “Vogliamo aiutare la Grecia e lo faremo. Ma la Grecia deve volerlo. Se devieranno dagli impegni presi sulle riforme, allora il pagamento di ulteriori tranche di aiuti non sarà più possibile”. “E’ stato deciso il Fiscal pact – ha sottolineato Westerwelle -. Gli accordi tra gli Stati non possono essere invalidati da nuove elezioni. Il futuro della Grecia nell’Eurozona adesso è nelle mani della Grecia”.

 Il concetto quindi rimane molto semplice: i greci dopo tutto quello che hanno sopportato, dopo le decine di migliaia di suicidi, dopo la chiusura di migliaia di attività economiche, con un taglio delle pensioni e degli stipendi del 50%, con un tasso di criminalità schizzato alle stelle a causa della miseria dilagante che ha portato il Paese ad essere il maggiore in Europa per percentuale di senzatetto ( prima della crisi era il Paese con il minor tasso, ndr), ora la Germani a chiede loro altri sacrifici in cambio di miliardi di Euro che non andranno in aiuto del popolo greco ma solo di chi ha causato il dissesto finanziario. Non scordiamoci che anche per l’Italia la Bce ha attuato questo sistema. Centinaia di milioni di Euro che non sono stati dati allo Sato italiano per lo stato sociale, ma donati direttamente alle banche private che non hanno previsto più facilità al credito ma maggiori speculazioni finanziarie che gioveranno alla solita cricca di bastardi capitalisti.

Con le nuove elezioni che presumibilmente si terranno a giugno in Grecia, si corre il rischio, per gli europeisti, che venga rafforzato il voto di protesta contro i servili partiti della BCE a favore delle sinistre radicali e molto probabilmente anche dell’estrema destra nazista. Comunque un voto contro il Memorandum. comunque una scelta legittima del popolo greco che, come dovrebbe essere in una democrazia, è il solo titolare del proprio destino.

Il sogno europeo era l’unità dei popoli, l’incontro delle culture, una mano tesa in aiuto del più debole fra paesi fratelli. Non il ricatto delle banche, l’annullamento della dignità dei popoli in difficoltà e l’imposizione di risposte che non giovano ai destinatari.

USA: Gli “Indignati” protestano di fronte alla sede della Bank of America.

maggio 11, 2012

Sede della Bank of America a Charlotte, Stati Uniti.

Insieme agli attivisti del movimento “Occupy Wall Street” si sono  trovate molte famiglie che hanno perso la casa perchè non avevano i soldi per pagare l’ipoteca stipulata ad un prezzo molto alto da questo istituto bancario, che si è convertito nel simbolo delle banche salvate grazie agli interventi statali.

Gli attivisti protestano contro le esecuzioni ipotecarie della banca e gli investimenti nell’industria del carbone, cosa che ha provocato indignazione tra gli ecologisti.

I manifestanti si sono raggruppati davanti alla sede della banca chiedendo di poter partecipare alla riunione per far sentire la propria voce, ma il corteo sta assumendo un significato politico molto preciso, visto che proprio in questo posto, agli inizi di settembre, si celebrerà la Convention del Partito dei Democratici, che renderà ufficiale la nomina di Barack Obama come candidato alla Casa Bianca.

Per questa data, infatti, sono già state previste una serie di manifestazioni di attivisti di “ Occupy Wall Street”, per cui si teme che il sit-in di oggi sia una sorta di “prova generale” di quello che potrebbe succedere a settembre.

I manifestanti ieri hanno sfilato per le strade di Charlotte con striscioni dove c’era scritto “Bank vs America” e “ Bad for America”.

Il movimento di “Occupy Wall Street”, che nacque all’indomani dell’occupazione di una piazza a New York lo scorso mese di settembre da parte di alcuni attivisti, si è diffuso negli ultimi mesi in numerose città degli Stati Uniti fino a che gli accampamenti di questi “indignati”, che protestavano contro l’avarizia delle corporazioni e la disuguaglianza economica, furono smantellati.

preso da www.cubadebate.cu

traduzione di Paola Flauto

“Il potere che ci ha dato il popolo è per utilizzarlo in funzione dei bisogni del popolo” H. Chavez

maggio 10, 2012

Il presidente Chavez durante l’avvertimento alle banche private.

29 gennaio 2012: Il presidente Hugo Chavez festeggia il primo anno della missione AgroVenezuela, il cui scopo è di permettere al Venezuela di conquistare la sovranità alimentare.

Durante questo anno le banche private avrebbero dovuto aiutare il governo a finanziare la produzione agricola tramite un “portafoglio agricolo”. Le banche però non hanno rispettato gli accordi.

Hugo Chavez spiega loro cosa rischiano, cioè di doversi difendere da lui.

Godetevi questo video sottotitolato in italiano e amareggiatevi del fatto che noi un presidente così non lo avremo mai. Infatti al contrario di Chavez, il nostro Monti si disinteressa dell’impossibilità di accesso al credito della maggior parte degli italiani, non costringe le banche a dare i soldi che la BCE ha loro generosamente elargito senza pretendere che siano utilizzati per la crescita economica. I nostri soldi, che la Banca Centrale Europea ha regalato alle banche private, servono esclusivamente per le loro speculazioni ai danni del popolo, delle piccole imprese familiari e dello stato sociale. Mai quindi avremo un presidente che minaccia le banche, visto che i nostri presidente li scelgono le banche.

L’ex presidente brasiliano Lula critica la politica anticrisi dei paesi ricchi.

maggio 5, 2012

L’ex mandatario è stato ricevuto con un’ovazione dai dirigenti ed imprenditori presenti ad un seminario realizzato in Rio de Janeiro, nella sede dell’organismo di stimolo del Brasile, la Banca Nazionale di Sviluppo Economico e Sociale (BNDES), alla quale è arrivato appoggiato ad un bastone.

Nel suo discorso di 20 minuti, Lula ha sostenuto che la strategia eletta dai paesi della zona dell’euro per fare fronte alla crisi è un errore.

“I paesi sviluppati reagiscono sempre allo stesso modo alle crisi: con misure d’austerità per i lavoratori e ripartizione di benefici per il sistema finanziario che ha causato la crisi… c’è paura a regolare il sistema finanziario, e continuano a punire le vittime della crisi”, ha affermato.

Inoltre, il politico socialista, che ha governato il Brasile tra il 2003 ed il 2010, ha sostenuto che il resto del mondo non deve seguire l’esempio dei paesi sviluppati, ed ha difeso le politiche capaci di assicurare la crescita economica, la distribuzione del reddito ed il combattimento della povertà: “È ora di mostrare audacia”, ha enfatizzato.

L’ex mandatario ha assicurato che vede con ottimismo le prospettive economiche del Brasile che, a suo giudizio, “è preparato per trasformarsi in una delle maggiori potenze del mondo.”

“E non parliamo solo di PIL (prodotto interno lordo), ma di distribuzione del reddito, e della possibilità di realizzare scambi commerciali con paesi di tutto il mondo, non solo con gli Stati Uniti e l’Europa, come prima”, ha concluso.

preso da www.cubadebate.cu

traduzione di Ida Garberi

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